Le scarpe al sole è un libro particolare, ricco di poesia, di natura. Ci sono gli alpini, la montagna, la vita, la morte. Non c’è retorica, non ci sono luoghi comuni. Lo stile è scarno, essenziale, a volte addirittura lirico.Iniziamo un viaggio attraverso i racconti della Prima Guerra Mondiali: i luoghi, i libri, i film e i fumetti che hanno raccontato e che continuano a raccontare l’epopea e il dolore della Grande Guerra

Il 28 luglio 1914 l’Impero Austroungarico dichiarò guerra alla Serbia. Tre giorni dopo, il 31 luglio, la Prussia dichiarò guerra alla Russia e alla Francia. Iniziava così ufficialmente la Prima Guerra Mondiale, un evento destinato a sconvolgere l’Europa e a proiettare il mondo nel ’900, il cosiddetto secolo breve.

Quest’anno si celebrerà il centenario della Grande Guerra, conflitto che per quanto riguarda l’Italia ha interessato principalmente quei territori che ora sono il Friuli, il Veneto e il Trentino Alto Adige. La Prima Guerra Mondiale è stata un evento molto complesso, uno dei pochi capace di segnare uno spartiacque nella Storia definendo in maniera molto netta un “prima” e un “dopo”.

In questi cento anni in tanti hanno raccontato quei giorni drammatici: libri, film, documentari, fotografie, raccolte di lettere, fumetti. La Prima Guerra Mondiale si è trasformata in un’immensa narrazione che ha coinvolto un numero impressionante di opere e di persone.

A partire da oggi voglio proporvi una serie di consigli per scoprire (o ri-scoprire) quella che è diventata una grandissima forma di memoria e di narrazione popolare. Un racconto incredibilmente attuale ed emozionante che sarebbe davvero un peccato dimenticare.

Si tratta di una serie di consigli legati alla mia personale esperienza e che quindi non hanno nessuna pretesa di organicità né di completezza. Lo sguardo curioso di chi osserva stupito la fine di un mondo mentre ne sta sorgendo uno nuovo.
Memoria e narrazione della Grande Guerra #1: Le scarpe al sole, di Paolo MonelliLe scarpe al sole. Cronaca di gaie e di tristi avventure d’alpini, di muli e di vino, di Paolo Monelli

Ho letto il romanzo di Monelli più di vent’anni fa. Ne conservo un bellissimo ricordo. All’epoca mi emozionò molto. Non è certo uno di quei libri “canonici” sulla Grande Guerra, qui il conflitto è quasi un pretesto per un racconto intriso di profonda umanità. La mia era una vecchia edizione degli Oscar Mondadori recuperata chissà dove (qui a destra la copertina).

Le scarpe al sole è un libro particolare, ricco di poesia, di natura. Ci sono gli alpini, la montagna, la vita, la morte. Non c’è retorica, non ci sono luoghi comuni. Lo stile è scarno, essenziale, a volte addirittura lirico.

Un libro da leggere e da riscoprire per uscire dai soliti percorsi di lettura, lontano da posizioni politiche preconcette e che racconta in modo secco e asciutto un’intensissima esperienza di vita.

Le scarpe al sole, l’introduzione dell’opera originale pubblicata nel 1921:

    Nel gergo degli alpini mettere le scarpe al sole significa morire in combattimento. Veramente non di soli caduti è il discorso, in questa mia cronaca di guerra.

    Molti siamo tornati, abbiamo ripreso a camminare per le vie del mondo, già ascoltiamo il richiamo di altre lotte. Ma sono lotte nuove, per idee differenti: e noi pure siamo nuovi, rinati dalle rovine di un passato morto i cui solchi incancellabili restano in noi simili alle trincee abbandonate sulle creste dei monti ridivenuti soli. Quello che portammo di nostro alla guerra non lo riportammo indietro, più: fu veramente una vita che ci fu tolta come la pallottola la tolse ai mille compagni segnati di fiamme o di mostrine al colletto.

    La nostra giovinezza più ingenua e più prodiga ha messo anch’essa le scarpe al sole, sulle ultime rocce riprese al nemico, gli ultimi giorni d’un tempo che due anni di distanza hanno favolosamente slontanato. Il manoscritto era compiuto da un pezzo: ma gli accorti editori me lo rifiutarono, or è già più di un anno, perché era passato di moda; perché pareva ormai cattivo gusto occuparsi ancora dei vivi e dei morti che ubbidirono ad un ordine di olocausto. Parrà ancora oggi così, che un rinato spirito giovane per le piazze e le campagne ricanta le canzoni della nostra vigilia e della nostra passione?

    Sono certo che no. Ad ogni modo questo mio piccolo Volume non vuole essere diana di battaglia o barometro dei tempi nuovi. Ci deve essere ancora qualcuno, smarrito nel grigiore della vita borghese o eremita a qualche Valico alpino, che visse questi umili anni di guerra senza bagliori e senza gloria, e ne ha ancora il cuore grave di nostalgia. A lui offro questo mio libro, alla buona, come si offriva allora il viatico del vino e delle canzoni all’ospite improvviso delle nostre mense cordiali.

Giacomo Brunoro - venetoblog.corrieredelveneto.corriere.it

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