FALCADE. La Valle del Bióis si prepara a celebrare nel migliore dei modi i 100 anni dallo scoppio della Grande Guerra. Nel 1914, infatti, dopo l'attentato di Sarajevo all'arciduca d'Austria, Francesco Ferdinando, iniziava la Prima guerra mondiale che sarebbe durata fino al 1918 causando circa 10 milioni di morti.
L'Italia entrò in guerra solo nel 1915 (anche se alcune popolazioni, oggi appartenenti allo Stato italiano, furono interessate dal conflitto già nel 1914) e fra i vari teatri di combattimento ci furono pure le Dolomiti. Per questo anche Falcade, che si trovò ad essere prima linea e immediata retrovia, ha deciso di partecipare attivamente al ricordo di quanto accadde.
Nel 2014 ricorre il centenario della Grande Guerra che ha coinvolto in tutto il mondo oltre 70 milioni di persone ed è costata la vita ad oltre 17 milioni esseri umani. L’Arge Alp promuove il proprio premio per il 2014 all’insegna della pace con il titolo “Come possiamo garantire la pace?”.
Quest'anno ricorre il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, un evento storico che si è esteso a livello mondiale con il coinvolgimento di 70 milioni di uomini in tutto il mondo, di cui 60 milioni solo in Europa, causando oltre 9 milioni di vittime tra i soldati e circa 7 milioni di morti tra i civili. In Italia alla Grande Guerra hanno partecipato 6 milioni di soldati e si sono registrati 680.000 caduti.
C'è una grande umanità in "Una storia" e anche nel suo autore: alla presentazione del graphic novel, Gipi parla davanti a decine di persone della sua sterilità e lo fa senza troppi peli sulla lingua. "Natura, perché mi odi? Perché Goebbels, Pacciani avevano un figlio e io no? Sono peggio di me?" si chiede con un sorriso un po' amaro. "Ne parlo perché anche altri ne soffrono, forse parlarne fa bene". E forse nasce così questo fumetto, da un grande dolore e da un albero senza foglie, quello disegnato in copertina, che un giorno, inaspettato, è uscito dalla matita di Gianni Pacinotti, in arte Gipi.
La guerra e la crisi di mezza età
La storia corre su due binari. Uno è quello di Silvano Landi, scrittore mollato dalla moglie che a circa cinquant'anni finisce in un ospedale psichiatrico: non capisce più niente e continua a disegnare due cose, un albero spoglio e una stazione di servizio. L'altra storia è invece quella del bisnonno di Silvano, Mauro, un soldato nella prima guerra mondiale che cerca di far di tutto pur di tornare a casa dalla moglie e dal figlio.
Il 28 luglio 2014 si ricorda il centesimo anniversario dello scoppio della prima guerra mondiale. Anche la letteratura ha avuto un ruolo fondamentale nel conflitto.
Un mese dopo il sanguinoso attentato di Sarajevo che vide morire il principe austriaco figlio di Franz Joseph, Franz Ferdinand, a opera dello studente serbo Gavrilo Prinzip, Inghilterra, Francia e Russia scendono in guerra contro le due potenze egemonicamente di lingua tedesca Prussia e Austria-Ungheria. Al conflitto, sanguinoso e nuovo, destinato a cambiare completamente l’ars belligerandi e inizio reale secondo Hobsbawn del XX secolo, presero parte anche molte personalità del mondo intellettuale del tempo anch’essi coinvolti dalla campagna patriottica massiccia che ebbe un notevole effetto in particolare in Francia e in Inghilterra, nazioni che dettero un grande contributo di vite umane prevalentemente giovani.
Cent'anni fa finì l'Europa. Dico l'Europa come centro del mondo e faro della civiltà universale. Il 1914 è una data memorabile e funesta per l'Europa. Spengler fu impreciso quando descrisse il Tramonto dell'Occidente: con la Grande Guerra tramontò l'Europa, non l'Occidente che anzi con gli Stati Uniti divenne per tutto il Novecento il fulcro del mondo.
E a tutt'oggi la ripresa americana, la vitalità del Sudamerica, la crescita del Brasile, il papato argentino, sono segni di un Occidente che non tramonta. Fu l'Europa invece a tramontare, e morire a causa dei suoi stessi figli, storici e ideologici, tecnologici, economici e militari.
Al Museo Francesco Baracca di Lugo continua con successo la mostra "Dalla guerra alla pace", realizzata con il contributo dei locali Lions Club, di Unuci e dell'Associazione la Squadriglia del Grifo (Associazione per la promozione del Museo Baracca). La mostra terminerà il 22 febbraio. Nel museo è possibile ammirare anche una fiammante "rossa" di Maranello per via del legame sentimentale fra Baracca e la Ferrari. Nella prima metà degli anni '20 la madre di Francesco Baracca, come si sa, donò ad Enzo Ferrari, vincitore della gara automobilistica del Circuito del Savio, il simbolo del cavallino rampante che il figlio, eroe pilota d'aerei da caccia nella prima guerra mondiale, aveva sulla carlinga del suo aereo. L'anziana madre, lo donò al pilota di automobili come simbolo e portafortuna per i suoi futuri bolidi. E la fortuna arrivò!
Stamane mi sono svegliato molto presto, anzi potrei dire di non avere chiuso occhio tutta la notte: mi ha tormentato il pensiero che poco dopo l’alba sarei partito per raggiungere finalmente l’Isonzo; avrei lasciato in camera la stampella che ha aiutato il mio femore a guarire dopo la fucilata subita e avrei raggiunto, camminando senza difficoltà, l’automobile con la quale assieme a un collega milanese avrei seguito la colonna reale al fronte.
‘Una domenica dopo mezzogiorno vennero da noi, prigionieri di guerra, donne del villaggio e ci portarono del latte e del pane. Un’altra volta una madre ci trattenne come ospiti carissimi ed era una madre che aveva perduto un figlio nelle trincee.’ E’ la testimonianza di un cittadino polacco, di nome Casimiro Macipczyk che ottant’anni fa inviò a Succiso, nel comune di Ramiseto, una somma di cinquanta lire come riconoscimento del trattamento subito durante la sua detenzione, durata più di un anno, sull’Appennino come prigioniero della prima guerra mondiale.
Una vita che è un carotaggio straordinario nel “secolo breve”, con memorie vissute della Grande Guerra, quella di Cecilia Seghizzi, musicista e pittrice, nata il 5 settembre 1908. Figlia di quel Cesare Augusto che dette vita, tra l’altro, alle raccolte di villotte Gotis di rosade, la veneranda signora vive, sola, in un condominio a Gorizia, da cui esce spesso via Internet, e contempla il prossimo centenario del conflitto con lucidità, misura, e un po’ di disincanto. Era piccola, allora, soggetta a un’educazione che escludeva i bambini dagli argomenti “adulti”, e per quasi tutto il periodo bellico internata nel campo profughi di Wagna, in Stiria, un grande complesso realizzato dall’amministrazione asburgica per ricoverarvi ventimila civili provenienti dalle zone divenute parte del fronte italo-austriaco. Ma la Stimmung e i commenti che circolavano in famiglia emergono radi e nitidi, a distanza di un secolo.
Per l’anniversario della prima guerra mondiale, che si commemorerà nel 2014, il governo italiano con le regioni di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia e le province autonome di Trento e Bolzano hanno varato un progetto di recupero dei luoghi dove si svolse il disastroso e tragico conflitto. Dal programma nascono e si rinnovano monumenti, cimiteri, musei, edifici storici e fortini mentre si moltiplicano gli antichi sentieri militari, oggi trasformati in itinerari-trekking di pace.
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